VIESTE : tra il ’700 – ‘ 800

IL PRIMO TEMPO DEI BORBONI
(LA VITA CIVILE E CULTURALE, LA DENUNZIA DEI REDDITI)

Il Settecento segnò l’alba di una più civile convivenza e di un generale miglioramento economico, dopo il lungo e gravoso dominio vicereale di Spagna e quello breve – 27 anni -ma altrettanto gravoso degli austriaci, concluso con la battaglia di Bitonto. Tornati gli Spagnoli, il re Filippo V, sollecitato dalla volitiva moglie Elisabetta Farnese, cedeva al figlio Carlo i suoi diritti sul Regno delle Due Sicilie, che così ritornava ad essere uno Stato autonomo (1734), anche se sotto l’influenza spagnola. Il giovane re prendeva il nome di Carlo III, dando inizio alla dinastia dei Borboni. Il ritorno all’autonomia, che il Sud aveva goduto dal 1104 al 1503, cioè dai normanni agli aragonesi, suscitò un empito di ottimismo in tutto il Paese. Così pure la presenza del re. Tale stato d’animo spiega l’entusiasmo col quale Giuliani presenta il re suo contemporaneo, Ferdinando IV, in uno col quadro della vita civile di Vieste nella seconda metà del ’700, nel quale campeggiano il vescovo, i galantuomini, la municipalità. E spiega altresì il manifestarsi di iniziative in campo agricolo per aumentare la produzione e un più vivace interesse verso i beni culturali. L’attenzione si incentrò soprattutto sulle chiese, dando luogo a notevoli lavori di restauro, di ricostruzione e di abbellimento delle case del Signore, che vennero corredate di altari, marmi, stucchi dorati e quadri a volte pregevoli. Ne beneficiò più di tutte, e alla grande, la chiesa cattedrale, ma ricevettero pure tangibili attenzioni le chiese minori di S. Giovanni Battista (adesso chiusa al culto), S. Pietro, S. Francesco e S. Maria degli Angeli, o di Costantinopoli, annessa. al convento dei frati cappuccini. Il nome maggiore della cultura viestana di questo secolo è il matematico Lorenzo Fazzini, autore di accreditate pubblicazioni. Con lui si distingue il vescovo Niccolò Cimaglia, che ravvivò la cultura religiosa locale e fu l’animatore dei restauri e abbellimenti delle chiese avanti nominate. Merita altresì grata menzione Vincenzo Giuliani per il libro “Memorie storiche, politiche, ecclesiastiche della città di Vieste”, pubblicato nel 1768. Un libro che è una miniera di notizie, particolarmente interessante nelle pagine in cui Giuliani tratteggia la personalità e l’opera dei vescovi di Vieste e in quelle riguardanti gli statuti, le consuetudini e i costumi della città ai suoi giorni. Ma colui che personifica nel più alto la cultura garganica del ’700 è Pietro Giannone di Ischitella, professionalmente operante a Napoli, dove aveva pubblicato alcuni decenni prima la “Storia civile del Regno di Napoli”, opera da cui ebbe fama e gloria, ma anche tribolazioni a non finire e il viatico per l’inferno. Il 19 gennaio 1753, dopo dieci anni di rinvii, veniva pubblicato a Vieste e affisso nei “consueti luoghi pubblici”, il bando del Comune, redatto in base all’ordinanza reale, con il quale si invitavano i cittadini a presentare entro otto giorni la denunzia dei redditi. Era chiamata “rivela”, parola molto chiara. A carico degli inadempimenti veniva annunciata una multa di 25 ducati, che andava distribuita come segue: un terzo al denunziante (“che sarà tenuto segreto”, assicurava il bando); un terzo al Comune e un terzo al regio fisco. Seguivano le firme di Ferdinando Gallegos, sindaco; Lorenzo De Angelis, Marco Mafrolla e Celio Muxica, eletti (assessori), notar Sebastiano Antonio Vigilante, cancelliere. Le dichiarazioni furono presentate oltre che dai cittadini anche dal Comune stesso, dagli ex feudatari e dagli enti ecclesiastici. In base a tali dichiarazioni venne compilato il catasto onciario di Vieste che tuttora si conserva presso il grande archivio di Stato di Napoli. Un’altra copia è nell’archivio del Comune.

DAI FRANCESI NAPOLEONICI AL SECONDO TEMPO DEI BORBONI (IL DAZIO SUL MACINATO LA SOPPRESSIONE DELLA RESIDENZA VESCOVILE – LA I GUERRA D’INDIPENDENZA)

Il periodo della rivoluzione francese e di Napoleone non fece registrare in Vieste violenze e gravi perturbamenti, anche se non mancarono i gruppi giacobini e il fatidico albero della libertà, che venne innalzato nella piazza del Seggio. Ma non fu neppure vissuto in supina acquiescenza alla volontà dei francesi. Ne fa nobile testimonianza il rifiuto ripetutamente opposto dal consiglio comunale di Vieste all’ordine dell’intendente francese per la provincia di Foggia, Charron, di imporre il dazio sul macinato. Finché l’intendente, spazientito dispose l’arresto del sindaco e dei decurioni – lettera del 31 luglio 1811 – qualora non avessero ottemperato all’ordine entro otto giorni. La restaurazione, seguita al crollo dell’impero napoleonico e al ritorno dei Borboni sul trono di Napoli, fece sentire il suo peso soprattutto nelle città, a Napoli in particolare, con la censura e i controlli polizieschi. Vieste, remoto angolo della provincia, godette, sotto questo profilo, di privilegi quasi di zona franca. Tant’è vero che i carbonari locali si permisero l’arditezza d’inscenare, nel 1820, una manifestazione pubblica di satira politica, nella quale, tra lazzi e grida della folla, si prometteva scenicamente a re Ferdinando di tagliargli la testa. L’anno 1818, intanto, veniva soppressa per pochezza di rendite, la residenza vescovile di Vieste. L’ultimo vescovo, Domenico Arcaroli, si era ritirato già da qualche anno, per l’avanzata età nella natia Vico. La nostra città manteneva tuttavia la dignità di diocesi – che tuttora conserva – e veniva affidata all’arcivescovo di Manfredonia. Nel 1848 la piccola borghesia viestana si trovò puntuale all’appuntamento politico e patriottico che la classe si era dato in tutta la penisola. Ebbe il suo gruppo di adepti che si definivano liberali e passavano per sovversivi poiché erano fautori di mutamenti istituzionali e miravano a conquiste costituzionali. Ma quegli uomini non pensavano affatto a costruire una società che riducesse la sofferenza e accrescesse il benessere, come in altre aree politiche più evolute si tentava di fare. Quando il Piemonte dichiarò guerra all’Austria (I guerra d’indipendenza) e quasi tutti gli Stati italiani vollero mandare aiuti al re Carlo Alberto, il governo napoletano lanciò un prestito nazionale di tre milioni di ducati per concorrere alle spese del corpo di spedizione inviato in Piemonte (16.000 uomini). L’appello ai cittadini affinché dessero il proprio obolo, riportato inuna deliberazione del consiglio comunale viestano dell’epoca, è un monumento alla retorica. “Il fiore dei giovani valorosi – si legge in quella deliberazione – corre ai campi lombardi; chi non crederà che gli adulti non rifiutino di confortare la patria col denaro?”. Non so che somma sia stata raccolta. Certamente non alta, anche perché il corpo di spedizione tornò a casa prima che la guerra finisse. Gli austriaci vinsero la guerra, come è noto, nella battaglia decisiva di Custoza e Giovanni Strauss padre ne glorificò il comandante, dedicandogli la Marcia di Radetzky.